news

Da Pachino a New York

New York la città che non dorme mai, come canta Frank Sinatra siciliano di origine, rappresenta il sogno di tanti e la città delle mille idee e opportunità. Pachino è nota anche nella grande mela

Salvatore Di Pietro

Salvatore Di Pietro (Pachino 18 agosto 1906 – Viterbo 13 febbraio 1990) è una delle voci poetiche più alte della poesia dialettale siciliana del secondo novecento. È autore di 12 raccolte poetiche, di 6 commedie e di numerose canzoni;

quasi tutte le opere sono scritte in dialetto siciliano e si incentrano su aspetti della vita contadina o sui temi della natura e dell’idillio, non trascurando le problematiche sociali come l’industrializzazione, le inquietudini esistenziali, i conflitti generazionali e lavorativi.
Poeta attento alla storia e sensibile alla religiosità più profonda dell’uomo, Salvatore Di Pietro ha rappresentato anche un punto di riferimento sicuro per intere generazioni di poeti siciliani, che a lui si sono ispirati dal punto di vista dello stile e della poetica. Le sue esperienze artistiche cominciano con il teatro, proprio sui palcoscenici mobili che si avvicendano, negli anni venti, nella grande piazza di Pachino, assieme a numerose e qualificate compagnie, fra le quali va ricordata quella di Giovanni Grasso in cui il nostro fece qualche recita come attor giovane. È il primo grande impatto con la cultura teatrale dialettale e certamente si deve a questa esperienza la sua inclinazione a scrivere testi teatrali.

Nel 1926, per motivi di lavoro, lascia Pachino e si trasferisce a Catania, dove rimane fino al 1962. A Catania il giovane Di Pietro si forma culturalmente e poeticamente; le sue prime composizioni appaiono sul "Giornale dell'Isola", tenute a battesimo dal suo amico e compaesano Vitaliano Brancati.
Diventa collaboratore di giornali e della Rai dove cura i due programmi siciliani "Sicilia canta", e "Mungibeddu è ccà"; scrive numerose canzoni con i maestri Emanuele Calì e Giuseppe Terranova, canzoni che vincono tanti festival e diventano molto popolari ("Varcuzza mia" e "Maruzzedda" fra le più note): diventa animatore culturale e, inserito nella commissione del Circolo Artistico di Catania, propone recitals, conferenze, incontri letterari. Fu lui a invitare Quasimodo a tenere un recital nei locali del circolo proprio qualche mese prima che gli venisse conferito il premio Nobel, con straordinaria intuizione delle qualità poetiche del siracusano quando ancora in Sicilia non era molto apprezzata l'opera quasimodea.
Nel '36 esce a Catania il suo primo volume "Acqua di l'Anapu" che raccoglie le composizioni giovanili con particolare riferimento alla terra siracusana.
Dodici anni dopo, nel 1948, col patrocinio della Società Scrittori e Artisti di Palermo e le edizioni Zisa, vede la luce "Alveare" che conquista la medaglia d'oro al "Premio Sicilia".
L'eco di questo successo gli procura l'attenzione della critica siciliana e Federico De Maria, Guglielmo Lo Curzio, Antonio Corsaro, Rosario Marchese lo salutano come una delle voci più pure della poesia siciliana. Ancora a Catania, nel 1958, viene dato alle stampe "Muddichi di suli" in cui la favolistica morale del Di Pietro raggiunge i suoi più alti esiti. I critici Ermanno Scuderi (che già si era interessato al Verga in un memorabile libro che pose all'attenzione mondiale l'autore de "I Malavoglia") e Vincenzo Di Maria, uno dei maggiori conoscitori della poesia siciliana, si interessano alla poesia del Di Pietro e ne parlano diffusamente in vari scritti.

Con le edizioni Nuovo Cracas in Roma esce nel 1963 "Tuta di villutu" (traduzione in italiano di Ermanno Scuderi). Lo scrittore e poeta Giuseppe Villaroel, presentando questa raccolta, così scrive: "La poesia dialettale siciliana, per merito di un poeta che ha osato svecchiare l'antica materia già trita e ritrita anche se con notevole arte dei Cantori del primo Novecento, entra in una fase della sua vitalità e si lega alla cultura e alla sensibilità moderna con moduli davvero nuovi e inattesi, senza tradire né la vitalità stessa della fantasia ispiratrice, né la musicalità e il ritmo necessari all'espressione e alla condizione umana e sensitiva del popolo". Durante questo lungo periodo catanese vengono scritte tre opere di teatro: "Il berretto goliardico", "La colata al pantano” e “Il sole della sera" (inedite).
Intanto, morta la prima moglie nel '61, si trasferisce nel '62 a Viterbo, dove si risposa nel 1964. A Viterbo si inserisce presto nella cerchia della cultura laziale; gli viene affidata la presidenza della Tuscia Dialettale e la vice-presidenza dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali. A questa sua nuova città dedica l'unico volume di liriche in lingua, "Viterbo in onda verde" Ed. Unione 1970, presentato da S. Vismara con una lettera di Bonaventura Tecchi.
Il periodo viterbese è il più prolifico: nel 1974 esce a Catania per l'editrice Giannotta "Diu s'è fattu di ferru" e nel 1975, sempre a Catania (con la quale non ha mai interrotto i contatti) esce per la Edigraf "La tratta di li brunni", "sette poesie per un grido di giustizia" come ebbe a definirle lo stesso autore, "un grido solo, per far capire a certa massa sprovveduta la causa che genera certi fenomeni, l'origine storica d'una piaga sociale millenaria" .
Nel 1977, P.L. Rebellato pubblica a Padova "È nuovamente giorno": seguono nel 1984 "Pueta e tempu", Ed. Greco Catania con prefazione di Ermanno Scuderi, e "Immagini" nel 1986, Ed. Mario dell'Arco in Roma con presentazione di Giovanni Tesio.
Nel 1988, per i tipi della Editrice Pungitopo di Marina di Patti (ME), viene pubblicato "Supra righi di zebra" mentre l'ultima sua opera, scritta pochi mesi prima di morire, "Vangelu zingaru", vede la luce in occasione del decennale della sua morte, con il patrocinio del comune di Pachino.
Questa intensa attività poetica e l'alto valore della sua poesia lo lanciano nel panorama nazionale dei dialettali d'Italia. Gli giungono riconoscimenti da ogni parte, vince numerosi concorsi nazionali fra cui vogliamo ricordare il "Trofeo Recoaro Terme" nel 1964 e il "San Domenichino" a Marina di Massa nel I968.
Scrive altre tre opere per il teatro in dialetto: "La serra granni", "Insegne luminose", "Sciascialà", anche queste inedite.
Le sue poesie figurano in numerose antologie, la più importante delle quali è "Le parole di legno", curata da Giovanni Tesio e Mario Chiesa per la collana degli Oscar Mondadori. Muore a Viterbo il 13 febbraio 1990.

Select Language

Italian Arabic Chinese (Traditional) English French German Japanese Portuguese Russian Spanish

Sponsor

 

popstrap.com