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Da Pachino a New York

New York la città che non dorme mai, come canta Frank Sinatra siciliano di origine, rappresenta il sogno di tanti e la città delle mille idee e opportunità. Pachino è nota anche nella grande mela

Antonio Starrabba di Rudinì

Il marchese Antonio Starrabba di Rudinì, pronipote del fondatore della città di Pachino, uomo politico italiano di primissimo piano nei primi decenni dopo l’Unità, ricoprì a più riprese la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia,

ed imprenditore agricolo avveduto e lungimirante investì molte risorse finanziarie nell’ammodernamento dei propri vigneti di contrada Bimmisca e Sajazza e nella costruzione del "moderno" stabilimento enologico a Marzamemi, in contrada Lettiera.
Gli Starrabba di Rudinì, originari di Piazza Armerina e fondatori della città di Pachino, sono fra le principali famiglie nobiliari che nel corso del ‘700 accrescono il proprio prestigio con l’ascesa ai ranghi più alti della nobiltà isolana e grazie ad una sapiente politica matrimoniale e patrimoniale: il marchese Antonio di Rudinì, in tal senso, rappresenta l’elemento che corona la costruzione di una dimensione nazionale del proprio casato, costruendo la propria figura politica all’interno della burocrazia del nuovo Stato. Nato a Palermo nel 1839 è elemento di spicco dell’aristocrazia siciliana ostile ai Borboni; sindaco di Palermo all’indomani dell’Unità il marchese di Rudinì riesce a sedare la rivolta palermitana del 1866, avviando nel contempo nella città un ambizioso programma di modernizzazione che prevede l’avvio di opere pubbliche e il risanamento amministrativo. Nominato in seguito Prefetto della provincia di Palermo, Antonio Starrabba di Rudinì si dedica alla carriera burocratica e politica, ricoprendo successivamente la carica di Prefetto di Napoli, ministro dell’Interno nel governo Menabrea e poi deputato più volte al Parlamento del Regno d’Italia.
Esponente dell’aristocrazia agraria, conservatore liberale, anticrispino, il Rudinì rappresenta l’alternativa politica a Francesco Crispi, succedendogli al governo del Paese nel marzo del 1896 dopo i disastrosi "fatti di Adua" in cui le forze d’invasione italiane vengono clamorosamente sconfitte dall’esercito etiope radunato dal negus Menelik (il successivo trattato di Addis Abeba, firmato nell’ottobre 1896, sancisce da parte italiana la completa indipendenza dell’Abissinia e il riconoscimento, da parte abissina, dell’Eritrea come colonia italiana).
Si trova alla guida del Paese in uno dei suoi momenti più significativi legati alla profonda trasformazione economia e sociale: la crisi agraria, il take off industriale, l’insorgere nelle principali città italiane di tensioni sociali legate alla modernizzazione economica e sociale, l’avvento dei moderni partiti politici e il dinamismo delle prime associazioni sindacali concorrono, in quegli anni, nel definire gli assetti politici, sociali, economici e culturali dell’Italia. A seguito infatti dei moti del caro-pane scoppiati a Milano nel maggio 1898, e della conseguente dura repressione del generale Bava Beccaris, di Rudinì è costretto alle dimissioni dalla carica di Primo Ministro, ritirandosi progressivamente dalla vita politica.
Antonio di Rudinì rappresenta anche, come detto, una interessante figura imprenditoriale: investe infatti enormi capitali ed energie nella modernizzazione dell’agricoltura nella fase più acuta della crisi agraria di fine ‘800, costituendo le premesse per la trasformazione agraria e colturale di una vasta area della provincia di Siracusa. Grande proprietario terriero, ammoderna le colture dei suoi tenimenti agricoli in territorio di Pachino, costituendo un valido esempio fra gli imprenditori agricoli nella lotta contro la fillossera che si abbatte in Sicilia nella seconda metà del decennio ’80 dell’Ottocento. Promotore della ricostruzione dei terreni fillosserati secondo le recenti scoperte agronomiche, sostiene la costituzione dei vivai per la distribuzione delle talee di vitigni americani unitamente ad una razionalizzazione e modernizzazione nei sistemi di produzione vinicola. Investe infatti molti capitali nella costruzione di uno stabilimento enologico tecnologicamente all’avanguardia nelle campagne di Marzamemi, che assurge a modello per funzionalità e stimolo per il rilancio dell’enologia siciliana.
Della famiglia di Rudinì a Pachino oggi non rimane quasi nulla. L’antico palazzo Starrabba, poi sede del Palazzo Comunale, è stato inspiegabilmente abbattuto oltre venti anni fa; del Palazzo di Rudinì di Piazza Vittorio Emanuele dove il marchese abitava durante i suoi lunghi soggiorni a Pachino, con l’annesso giardino (conosciuto dai pachinesi come U bagghju ro marchisi) e che univa il palazzo alla Chiesa Madre, rimangono soltanto qualche scorcio in alcune, bellissime, foto d’epoca.
Lo stabilimento enologico "Il Palmento di Rudinì" di contrada Lettiera a Marzamemi, dopo alterne fortune e vicende, e dopo una crescente attenzione posta da alcuni studiosi ed architetti locali negli ultimi 20 anni, è stato finalmente acquistato dal Comune di Pachino che ne ha avviato l’opera di recupero, mediante un finanziamento europeo, per destinarvi un Eco-museo.

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