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    I Lolli

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    Il giardino degli aranci

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    La Natività

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    Il Ciliegino di Pachino

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    Le Concerie

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    Il finocchio marino

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    Isolotto Brancati

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    Operation Husky

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    Museo Rudinì

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    Il presepe

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    La stella di Natale

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    La gargolla

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Da Pachino a New York

New York la città che non dorme mai, come canta Frank Sinatra siciliano di origine, rappresenta il sogno di tanti e la città delle mille idee e opportunità. Pachino è nota anche nella grande mela

Palmento Rudinì

Prima dell'avvento del pomodorino, Pachino era conosciuta universalmente come “il Paese del Vino”, il suo territorio era caratterizzato dalle verdi distese dei vigneti ad alberello ed era costellato da decine di piccoli palmenti per la trasformazione dell'uva in mosto.


Uno dei segni più evidenti di quel periodo è costituito dallo stabilimento enologico fondato dal Marchese Antonio di Rudinì, in contrada Camporeale, alle porte di Marzamemi. Storicamente infatti le alterne vicende della produzione vitivinicola nel territorio di Pachino sono legate alla figura e all'opera di questo pioniere dell'imprenditoria siciliana, che, erede dei fondatori della città, si impegnò profondamente sia per bonificare gran parte del territorio ed avviarlo alla coltura della vite che per far nascere una moderna e razionale industria enologica.
La costruzione dello stabilimento di contrada “Lettiera” iniziò nel 1897, forse per festeggiare la vittoria sulla fillossera, dopo che, a causa di quella, gran parte dei contadini era stata ridotta sul lastrico ed aveva optato per l'avventura dell'emigrazione. Il marchese proprio dall'America aveva importato un nuovo vitigno, resistente alla fillossera, ed aveva così ridato vita alla produzione.
Si proponeva di razionalizzare e di industrializzare il ciclo lavorativo dei piccoli palmenti che già da oltre un secolo operavano nel territorio.
Nelle immediate vicinanze dello stabilimento sorsero in seguito numerosi altri manufatti legati alla produzione vinicola, i cosiddetti “magazzini del vino”, oltre ad una importante distilleria che riciclava gli scarti della lavorazione (le vinacce) per estrarne alcool.

Il grande stabilimento enologico, era considerato ai primi del ‘900 uno stabilimento all'avanguardia per la produzione di vino.
La costruzione del fabbricato si protrasse fino ai primi anni del 1900 ed il risultato fu uno stabilimento vinicolo estremamente moderno ed efficiente, diviso in 19 sezioni, intestate a membri della famiglia con sotterranei scavati nella pietra arenaria e vasche di muratura collegate al vicino porticciolo di Marzamemi da un funzionale sistema di pompaggio e canalizzazione. Nello stabilimento lavoravano circa 40 persone che sommati alle "...12 ciurme di giovanotti, pagati 60 centesimi al giorno....ai carrettieri...e alle ragazze che trasportavano l'acqua per i vendemmiatori..." formavano un vero esercito di salariati. Nello stabilimento furono introdotte moderne macchine come le pigiatrici a rullo.
Nei primi anni del ' 900 l 'azienda vinicola produceva 500.000 lire di reddito annuo, però, dopo la morte del marchese (1908) le cose cambiarono : "...la gestione dell'azienda appare più trascurata..." e si ha un netto calo nella produzione del vino che nel 1918 viene stimato mediamente in 2,50 hl a tumulo mentre nel 1909 la perizia annuale parla di 6-7 hl. di mosto come media con punte di 11-12 hl.
Alla morte del marchese, l'azienda passò al figlio Carlo Emanuele che delegò totalmente la conduzione dei suoi beni all'amministratore. Dopo il tragico suicidio di Carlo (1917), vi furono una serie di processi per l'annullamento del testamento che lasciava erede universale l'avv. Sipione Maltese di Rosolini che nel 1915 aveva già nominato "procuratore generale" del patrimonio, rompendo così il pluriennale rapporto col "fidatissimo Tafuri".
Nel 1933 lo stabilimento veniva trasformato in "cantina sociale - anonima cooperativa A. Di Rudinì" e con questa ragione sociale restò in attività fino ai primi anni '60.
Il recupero dello stabilimento Di Rudinì, che ha svolto un fondamentale ruolo nella storia economica locale ed è stato testimone del passaggio dai sistemi produttivi artigianali a quelli industriali, è stato inserito dall'Amministrazione Comunale in un progetto più generale, denominato “Ecomuseo del Mediterraneo”, facente parte dei P.I.T. e finalizzato al recupero del vecchio manufatto, da destinare ad uso turistico-culturale.

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