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    Il Palmento Rudinì

    Lo storico stabilimento del vino costruito dal marchese Rudinì

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    La via Roma, location dei mosaici dell' Inverdurata

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    Il profumatissimo Melone Cantalupo di Pachino IGP

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    Architettura

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    Colapasta

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    Castello Tafuri

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    Mosaico di verdure

    Notare la bellezza e la cura dei particolari dei mosaici di verdure fresche, realizzati per l'Inverdurata

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    Infiorescenza

    La spettacolare infiorescenza della palma

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    Fornello a olio

    Vecchio esemplare in ottone di fornello a olio

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    Linguine con gamberoni

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New York la città che non dorme mai, come canta Frank Sinatra siciliano di origine, rappresenta il sogno di tanti e la città delle mille idee e opportunità. Pachino è nota anche nella grande mela

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E' tempo di Vendemmia !

Pachino fino a 20 anni fa era per tutti il paese del vino. Un vino particolare, certamente, forte, nero, 18-20 gradi, utilizzato per “tagliare” altri vini da tavola più conosciuti del nord-italia.
E fino all'avvento del pomodorino i mesi di settembre/ottobre a Pachino era veramente uno spettacolo. Tutti erano mobilitati, tutti presi da una strana frenesia, la febbre della vendemmia.

L'acre odore del mosto impregnava ogni strada. La grande piazza Vittorio Emanuele era come la hall di un grande albergo durante una manifestazione.
I contadini la percorrevano instancabilmente con la bottiglia di mosto appena uscito dal palmento per le prime analisi che ne avrebbero decretato la gradazione. I commercianti locali, che facevano da mediatori, vi trattavano il prezzo di acquisto per cederlo agli acquirenti del nord.
I vendemmiatori vi stazionavano fin dalle prime ore dell'alba per cercare di essere ingaggiati. Ogni anno un buon numero di vendemmiatori veniva dalla vicina Modica: erano i più ricercati, “i Murucani”, perché veloci e puliti nel lavoro, ma erano anche quelli meglio pagati. Non era difficile vederli passare la notte addormentati sui sedili.
La giornata del vendemmiatore iniziava con la sveglia alle cinque di mattina. Rapida e veloce preparazione e poi appuntamento in piazza con il massaro che poteva essere il proprietario della vigna o il “mezzadro” o un semplice “suprastanti”.
Il trasferimento nella vigna avveniva con i mezzi dell'epoca: carretti trainati da asini e biciclette fino agli anni sessanta, ciclomotori, motoape e trattori negli anni settanta ed ottanta. Appena arrivata la “ciurma” dei vendemmiatori, in genere composta da 8-10 persone, si disponeva nella vigna in modo tale che ognuno di essi potesse raccogliere l'uva da due filari paralleli (“filagni”). Come contenitore veniva usato un particolare cesto fatto di rami di ulivo e liste di canna intrecciata, “a cruedda”. Quando tutti l'avevano riempita si sentiva un grido: “Carricamu!”
Era il capo-ciurma che comandava di rialzarsi e andare a scaricare l'uva nella tina. Questa era in genere sistemata su un carretto o, più recentemente, su una motoape, che appena riempita effettuava “u viaggiu”, il viaggio verso il palmento dove l'uva veniva pigiata immediatamente. Durante una giornata si effettuavano circa 8-10 di questi “viaggi”.
La fatica dei vendemmiatori si interrompeva solo due volte nell'arco della giornata: alle 9 per la “manciata ri matina” e alle 13 per quella “ri manzuornu”. Ed anche quelle due soste costituivano un vero e proprio rito.
Il cibo era molto semplice: pane in quantità e poco “cumpanagghiu”, che spesso veniva fornito dal massaro.
Si sedevano su una pietra, all'ombra di un ulivo e con una precisione certosina tagliavano il pane ed il companatico lentamente, in pezzetti piccolissimi, per farlo durare più a lungo. In tempi di magra si usava “a' renca”, una aringa affumicata che veniva appesa ad un ramo e su cui a turno si sfregava il pane: “pani e ciauru i renca”. Infine si concludeva con la tracannata collettiva di vino da una piccola botticella, “u' carratidduzzu”.
Il companatico più spesso era costituito da pesce salato, buzzonaglia di tonno o da una insalata di pomodoro.
Alle 16 si concludeva la giornata di vendemmia.
I vendemmiatori si ritiravano e riposavano la schiena dopo un giorno di dura fatica.
Veramente dura, perché la vigna pachinese è del tipo ad “alberello” basso per cui il lavoro di raccolta andava effettuato continuamente con la schiena piegata.

[fonte: Rosario Ardilio]

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